Ci sono ritratti che nascono da una fotografia particolarmente bella. Altri da un’espressione che si vuole conservare, da una persona, da un momento.
E poi ci sono opere che nascono da qualcosa che non è mai stato possibile fotografare.
Quando Camilla mi ha raccontato ciò che avrebbe voluto realizzare per il giorno del suo matrimonio con Alessandro, il punto di partenza non era semplicemente creare un ritratto di coppia. Voleva fargli una sorpresa e mostrargli l’opera soltanto quel giorno.
Ma soprattutto desiderava che in quell’immagine trovassero posto anche due persone molto importanti per loro: la nonna di Alessandro e il nonno di Camilla, entrambi scomparsi da tempo.
Non avrebbero potuto essere fisicamente accanto agli sposi nel giorno del matrimonio.
Nel ritratto, invece, potevano esserci.
Un ritratto personalizzato comincia prima del primo segno
Quando si realizza un ritratto personalizzato, la prima domanda non è necessariamente quale fotografia utilizzare.
Prima ancora bisogna capire cosa quell’opera dovrà raccontare.
Nel caso di Camilla, la richiesta aveva un significato molto preciso: costruire un’immagine capace di riunire quattro persone in un momento che, nella realtà, non avrebbe potuto essere vissuto insieme.
Per questo il lavoro non poteva consistere nel riprodurre una fotografia esistente.
Camilla mi aveva inviato circa dieci fotografie sue e di Alessandro, scattate in momenti diversi, alle quali si aggiungeva una fotografia per ciascuno dei due nonni.
C’erano poi le immagini delle prove degli abiti da sposa.
Erano tutti frammenti della storia.
Il ritratto doveva trasformarli in un’unica scena.
Una fotografia non esisteva: bisognava costruire quel momento

È probabilmente uno degli aspetti che trovo più interessanti nel lavoro su commissione.
Una fotografia può essere il punto di partenza di un ritratto, ma non necessariamente ne stabilisce il risultato.
In questo caso, infatti, non esisteva una fotografia dei quattro soggetti insieme. Non esisteva neppure una fotografia degli sposi già vestiti per il matrimonio nella situazione che avremmo rappresentato.
Esistevano diverse fotografie, realizzate in tempi e circostanze differenti.
Il mio lavoro è stato quindi quello di osservarle, confrontarle e iniziare a immaginare una composizione nella quale tutte quelle presenze potessero appartenere allo stesso momento.
Non volevo ottenere l’impressione di quattro fotografie semplicemente accostate.
Dovevano diventare una scena.
Ed è proprio qui che il lavoro su un ritratto cambia: non si tratta più soltanto di rappresentare ciò che una fotografia mostra, ma di costruire ciò che l’opera deve raccontare.
Riunire in un’unica opera chi avrebbe dovuto essere lì
Nella composizione ho scelto di collocare la nonna di Alessandro accanto a lui e il nonno di Camilla accanto a lei.
Una scelta semplice all’apparenza, ma fondamentale per il significato dell’opera.
Non erano due figure aggiunte sullo sfondo. Dovevano avere un posto preciso accanto ai rispettivi nipoti.
Camilla e Alessandro, invece, sarebbero già apparsi con gli abiti del matrimonio, che avevo potuto conoscere soltanto attraverso le fotografie delle prove.
Mancava ancora qualcosa: il luogo.
Per lo sfondo abbiamo scelto una basilica legata in modo importante alla loro storia.
A quel punto i diversi riferimenti cominciavano finalmente a trasformarsi in una sola immagine: gli sposi, i loro nonni e un luogo appartenente alla loro storia riuniti in una scena che nessuna macchina fotografica avrebbe mai potuto catturare.
Le scelte dell’artista cambiano il modo in cui una storia viene raccontata
Quando si lavora partendo da più fotografie, il problema non è semplicemente riuscire a riprodurre correttamente ogni volto.
Bisogna fare in modo che le persone sembrino realmente appartenere allo stesso spazio.
Posizioni, proporzioni, distanze, direzioni degli sguardi e rapporti tra le figure devono trovare un nuovo equilibrio.
È uno dei motivi per cui considero le fotografie dei riferimenti e non qualcosa da copiare passivamente.
Ogni immagine fornisce informazioni diverse. Da una posso comprendere meglio un’espressione, da un’altra la struttura del volto, da un’altra ancora un dettaglio necessario alla composizione.
Poi arriva il momento di lasciare le singole fotografie alle spalle e iniziare a ragionare sull’opera nel suo insieme.
È un passaggio che appartiene a molti dei miei ritratti personalizzati: prima di iniziare il lavoro definitivo, cerco di capire non soltanto chi devo rappresentare, ma quale relazione deve emergere tra le persone.
Nel ritratto di Camilla e Alessandro questo significava soprattutto fare in modo che la presenza dei nonni risultasse naturale, rispettosa e parte integrante della scena.
Dal riferimento all’opera: costruire qualcosa che prima non esisteva
Una volta definita la composizione, comincia il lavoro manuale vero e proprio.


È il momento in cui le immagini utilizzate come riferimento smettono progressivamente di essere fotografie separate e iniziano a condividere lo stesso spazio, la stessa luce e lo stesso equilibrio.
Il ritratto viene costruito gradualmente.
Prima gli ingombri e i rapporti generali, poi le forme, i volumi, le espressioni e infine quei dettagli che permettono alle persone rappresentate di acquistare presenza.
È anche per questo che la scelta delle immagini di partenza è importante, ma non è l’unico elemento che determina il risultato. Ne avevo parlato anche nella guida dedicata a come scegliere la foto per un ritratto realistico.
In una composizione come questa il lavoro va oltre: le fotografie devono dialogare tra loro fino a diventare qualcosa che nessuna di esse conteneva singolarmente.
Ed è forse questo il passaggio che più racconta la differenza tra avere delle immagini e costruire un’opera.
Un’opera pensata per essere scoperta il giorno del matrimonio
C’era infine un’altra particolarità che accompagnava tutto il lavoro.
Alessandro non doveva sapere nulla.
Il ritratto era la sorpresa che Camilla aveva immaginato per lui e sarebbe stato mostrato soltanto il giorno del loro matrimonio.

Per me significava lavorare conoscendo già il momento nel quale quell’immagine avrebbe incontrato per la prima volta una delle persone che rappresentava.
Dopo il matrimonio è arrivata anche la loro recensione.
Tra le parole che Camilla e Alessandro hanno scritto nella loro recensione su Google ce n’è una parte che credo racconti meglio di qualsiasi descrizione ciò che quell’opera è diventata per loro:
“Non ci ha consegnato semplicemente un quadro, ma un ricordo prezioso che conserveremo per sempre.”
Ed è forse qui che si chiude davvero il percorso iniziato con quelle prime fotografie.
Non nella somiglianza dei singoli volti, né nella quantità di dettagli presenti nel disegno.
Ma nel motivo per cui il ritratto era nato.
Ogni ritratto nasce da una storia diversa
Non tutte le commissioni richiedono di riunire persone provenienti da fotografie differenti.
Non tutte nascono per un matrimonio e non tutte hanno alle spalle una storia come quella di Camilla e Alessandro.


Ma ogni volta cerco di partire dalla stessa domanda:
che cosa deve raccontare questo ritratto?
A volte la risposta è contenuta quasi interamente in una fotografia. Altre volte bisogna cercarla tra immagini differenti, ricordi, racconti e piccoli dettagli che acquistano significato soltanto conoscendo la storia delle persone rappresentate.
È per questo che per me un ritratto personalizzato non coincide semplicemente con la riproduzione di un’immagine.
È una composizione pensata per una persona precisa e per ciò che desidera conservare.
E qualche volta permette persino di dare forma a un momento che non è mai esistito in una fotografia, ma che avrebbe meritato di esistere.
Hai una storia che vorresti trasformare in un ritratto?
Ogni progetto parte dalle persone, dalle fotografie disponibili e da ciò che vorresti che l’opera riuscisse a raccontare. Le composizioni più complesse richiedono tempo e vengono progettate individualmente.
